Ho conosciuto Luca Alessandro, regista di Vae Victis, grazie al mio profilo Instagram Ciak and Track, dove mi occupo di recensioni cinematografiche. Il regista mi contatta per propormi di visionare il suo docufilm e, con entusiasmo, accetto.
Alessandro è un regista e direttore della fotografia romano. Dopo gli studi di regia e scrittura cinematografica, esordisce nel 2011 con il cortometraggio E.N.D. e prosegue lavorando soprattutto tra thriller, horror e documentario.
Il film che mi propone di visionare si intitolaVae Victis, un’opera ibrida tra documentario e finzione che racconta la figura di Valerio de Filippis, artista originario di Pozzuoli (NA), segnato da un passato doloroso e violento.
Il film mi colpisce molto: è viscerale, cupo. La colonna sonora è stridente, disturbante, ma il senso di fastidio che ti si incolla addosso si sposa benissimo con le immagini e con la storia del protagonista. L’uso dei colori ricorda quello di Suspiria di Dario Argento; il gioco tra realtà e finzione è davvero ben restituito allo spettatore.
Non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di intervistarlo.
Prima di parlare di Vae Victis, vorrei partire da te. Quando hai capito che il cinema sarebbe diventato il mezzo con cui raccontare le tue storie? C’è stato un momento preciso che ti ha fatto dire: “Voglio fare il regista”?
In realtà non c’è stato un momento preciso in cui mi sono detto: “Voglio fare il regista”. È stata una passione che è cresciuta nel tempo. Da bambino ero completamente affascinato dal cinema horror e dalle videoteche: passavo ore a osservare le copertine dei film e, con il tempo, è nata anche la passione per il collezionismo, soprattutto delle VHS. Quasi per gioco, insieme a un mio carissimo amico, decidemmo di iscriverci a un corso di cinema e ho capito che quella sarebbe stata la mia strada. Mi ha sempre affascinato quello che succede dietro la macchina da presa: costruire una storia, immaginare le inquadrature, dirigere gli attori e dare forma a un mondo. Da quel momento ho continuato a studiare e, soprattutto, a fare esperienza sul campo, trasformando quella passione nata da bambino nel mio lavoro.
Nel corso della tua carriera hai sperimentato generi e linguaggi diversi, dal thriller al documentario. C’è un elemento che accomuna tutti i tuoi lavori e che consideri la tua firma autoriale?
Ho sempre sentito il bisogno di sperimentare, senza essere legato a un unico genere. Anche quando mi sono allontanato dall’horror, in realtà me ne sono sempre portato dietro qualcosa: è un background che continua a influenzare il mio modo di raccontare, soprattutto nella costruzione della tensione e nel desiderio di non dare mai allo spettatore punti di riferimento troppo chiari. Negli ultimi anni credo di aver trovato una forma di cinema che mi rappresenta particolarmente: il documentario ibrido, quella zona di confine tra realtà e finzione.
È un linguaggio che mi interessa molto perché permette di partire dalla realtà e di utilizzare gli strumenti della fiction per aprire nuove prospettive e creare scenari inaspettati. Mi affascina il rapporto con il materiale umano del documentario, ma allo stesso tempo la libertà della fiction di sperimentare e immaginare nuovi mondi. È proprio nell’incontro tra questi due linguaggi che sento di aver trovato la mia voce.
Vae Victis affronta il blocco creativo di un artista in modo molto particolare, quasi trasformandolo in un viaggio psicologico. Da dove nasce l’idea del film e cosa ti ha spinto a raccontare questa storia?
L’idea di “Vae Victis” è nata in modo quasi casuale, da una curiosità che è cresciuta nel tempo. Ho incontrato per la prima volta Valerio de Filippis (il protagonista del film) durante un evento nel suo vecchio atelier al Pigneto, e sono rimasto colpito soprattutto da una delle sue opere, “Figura con schegge”, che mi ricordava l’immaginario di “Non aprite quella porta”. Così abbiamo iniziato a conoscerci e a frequentarci. Successivamente l’ho coinvolto nel mio documentario “Il terrorista nella testa”, in cui aveva un piccolo cameo legato alla rappresentazione del disturbo ossessivo compulsivo del protagonista. Quell’esperienza mi ha lasciato la sensazione che ci fosse molto altro da esplorare. Ecco che ho avuto l’impeto di realizzare un documentario sulla sua arte, sulla sua storia.
Nel documentario, de Filippis interpreta sé stesso. Quanto hai cambiato la sceneggiatura lavorando a stretto contatto con lui?
Da tempo Valerio sentiva il bisogno di trovare un modo per dare testimonianza del suo lavoro e delle sue tecniche. Quando gli proposi l’idea di realizzare un film su di lui, accolse la proposta con grande apertura. In “Vae Victis” ho avuto fin dall’inizio un’idea molto chiara del fil rouge che volevo seguire: le sensazioni che volevo trasmettere e le riflessioni che volevo suscitare nello spettatore. Tutto nasceva anche da una sensazione personale, quella sorta di smarrimento che provavo ogni volta che mi confrontavo con un’opera di Valerio e che volevo trasformare in un’esperienza cinematografica.
Nel film le opere d’arte sembrano vivere insieme al protagonista, diventando un’estensione della sua mente. Quanto è stato importante costruire un dialogo tra pittura e linguaggio cinematografico?
È stato fondamentale costruire un dialogo tra pittura e linguaggio cinematografico. Ho filmato le opere di Valerio in ogni modo possibile: attraverso dettagli, movimenti di macchina, zoom in e zoom out, fino ad arrivare all’interno di un’installazione composta da un obelisco, un’opera molto particolare di Valerio, con un approccio quasi da videoclip. Non volevo semplicemente mostrarle, ma entrarci dentro, attraversarle. Molte opere di Valerio hanno già una forte componente cinematografica: dalla composizione dell’inquadratura fino all’uso della luce e del colore… Il cinema mi ha permesso di dare vita ai suoi quadri, ma allo stesso tempo sono state le sue opere a stimolare la mia immaginazione, spingendomi a interrogarmi su ciò che poteva esistere prima o dopo il momento rappresentato sulla tela.
Le sue opere non sono semplici elementi visivi, ma veri e propri personaggi all’interno del film, capaci di accompagnare lo spettatore nella comprensione della storia e del mondo interiore di Valerio. Uno degli obiettivi era proprio quello di suscitare curiosità e invitare ad approfondire il suo lavoro: leggere i testi critici, consultare i cataloghi o visitare il suo sito web permette di cogliere ulteriori sfumature delle opere e, di conseguenza, anche del film.
La regia alterna momenti molto contemplativi ad altri decisamente più inquietanti, rendendo sottile il confine tra realtà e percezione. Come hai lavorato sul linguaggio visivo per trasmettere questo stato emotivo allo spettatore?
Questo percorso non sarebbe stato possibile senza la collaborazione attiva di de Filippis, che si è messo completamente in gioco e si è affidato all’esperimento, accettando di esporsi senza mai tirarsi indietro. I suoi quadri sono stati materiale fondamentale per la mia immaginazione: una vera fonte d’ispirazione sia dal punto di vista narrativo che fotografico. Il suo universo pittorico mi ha suggerito atmosfere, contrasti e possibilità di racconto, diventando una sorta di mappa emotiva del film. Da lì è nato il desiderio di costruire un linguaggio visivo capace di muoversi continuamente tra fascinazione e inquietudine, proprio come il confine sottile tra realtà e percezione che attraversa il film. Nel suo dipinto autobiografico, Valerio si immerge in una sorta di nuvola bianca: è un dettaglio interessante perché quella modifica è avvenuta quasi alla fine delle riprese, mostrando proprio come il rapporto con la realtà e con i personaggi sia rimasto aperto fino all’ultimo. È questo, in fondo, il senso della parafiction: non falsificare la realtà, ma permetterle di trasformarsi. Questo approccio visivo dialoga anche con un cinema che amo molto, come quello di Nicolas Winding Refn, e con film in cui il colore diventa parte integrante della narrazione, come “Suspiria” di Dario Argento o “Rosso sangue” di Leos Carax. Ho lavorato molto anche sul montaggio, con un approccio vicino al videoclip, sia per creare un linguaggio più contemporaneo, sia soprattutto per dare un ruolo preciso all’installazione composta da un obelisco, che nel film sembra quasi anticipare e alterare la realtà dei personaggi. Anche la scelta delle immagini in Super 8 nasce dal desiderio di unire memoria e autenticità, creando un ponte con il cinema del reale. La musica di Blokulla, inoltre, ha avuto un ruolo fondamentale: brani già esistenti, ma che sembravano scritti per il film. In generale quello che volevo evitare era l’indifferenza. Non cercavo di imporre un’emozione precisa, ma di creare una reazione: attrazione, repulsione, inquietudine o curiosità.
Il film evita spiegazioni esplicite e lascia spazio all’interpretazione personale. Quanto è importante, per te, che lo spettatore completi il racconto con il proprio sguardo?
Per me è una scelta precisa non dare spiegazioni esplicite. Mi interessa un cinema che lasci spazio all’immaginazione e all’interpretazione personale dello spettatore. Amo il cinema ludico e misterioso di David Lynch, così come certo cinema del Nord Europa, capace di mescolare toni cupi, umorismo nero, drammi profondi e idee apparentemente folli. Mi affascinano anche i finali aperti dei fratelli Dardenne, dove spesso lo spettatore viene lasciato davanti a una domanda più che a una risposta. In questo caso, forse più che in altri miei lavori, il mio obiettivo era proprio quello di far sì che lo spettatore si perdesse, di metterlo nella condizione di attraversare il film senza avere sempre punti di riferimento chiari. Vorrei che potesse vivere un’esperienza emotiva personale: non necessariamente provare le stesse sensazioni che ho provato io, ma entrare in contatto con emozioni proprie, nuove, generate dal suo personale sguardo sul film.
Fare cinema indipendente oggi significa spesso affrontare limiti produttivi, ma anche conquistare una maggiore libertà creativa. Qual è stata la sfida più grande nella realizzazione di Vae Victis e quale, invece, il suo principale punto di forza?
La prima sfida è stata decidere quale forma dare al film. Avrei potuto realizzare un documentario più tradizionale, ma fin dall’inizio ho capito che con Valerio de Filippis quella non sarebbe stata la strada giusta. Sentivo il bisogno di sperimentare e costruire un linguaggio capace di restituire il suo immaginario. Ero consapevole che sarebbe stata una scelta complicata: De Filippis non è un artista noto al grande pubblico e un’opera così ibrida avrebbe inevitabilmente incontrato maggiori difficoltà distributive. Paradossalmente, però, il punto di forza del film nasce proprio da questa libertà. Avendo curato personalmente scrittura, regia e fotografia, ho potuto riflettere a lungo su ogni scelta e lasciare che il progetto si trasformasse passo dopo passo, seguendo anche gli stimoli che emergevano dalla conoscenza reciproca con l’artista. La vera sfida è arrivata dopo. Mi sono reso conto di non essermi imposto regole e di aver realizzato esattamente il film che volevo fare, senza preoccuparmi di compiacere il mercato o i broadcaster con cui collaboro abitualmente. È un’opera viscerale, che è difficile da incasellare in un genere preciso e che affronta temi anche scomodi, ma credo che questa libertà sia anche la sua qualità più autentica.
Guardando al tuo percorso, c’è qualcosa che senti di aver imparato con Vae Victis come regista e autore che porterai inevitabilmente nei tuoi prossimi lavori?
Penso che i miei prossimi lavori continueranno a muoversi in questa direzione, anche se non necessariamente nello stesso modo. Quello che sento di aver trovato è un linguaggio che mi appartiene: la contaminazione tra cinema del reale e cinema di finzione, quel territorio ibrido che oggi viene definito fictiononfiction o parafiction. Mi piace lavorare con persone vere, confrontarmi con materiale autentico, avere la videocamera tra le mani e cogliere ciò che accade davanti a me. Allo stesso tempo, sento il bisogno di contaminare quella realtà con gli strumenti della fiction per creare scenari nuovi, sfidanti e comunque autentici, capaci di stimolare i protagonisti reali della vicenda e di far emergere aspetti della loro personalità che forse, in un contesto puramente documentaristico, rimarrebbero nascosti. La direzione che immagino è quella di un cinema profondamente radicato nel reale, quasi pasoliniano, dove professionisti e non attori possano convivere. Penso a esperienze come “Nomadland”, dove Frances McDormand dialoga continuamente con persone che interpretano sé stesse, ma anche a film come “Two Strangers Trying Not to Kill Each Other”, visto al Copenhagen International Documentary Film Festival nel 2024, che consiglio a chiunque sia interessato a questo tipo di ricerca. Sono opere che dimostrano come il confine tra documentario e finzione possa diventare uno spazio creativo straordinariamente fertile, ed è proprio lì che mi piacerebbe continuare a esplorare.
Per concludere, puoi raccontarci qualcosa sui progetti a cui stai lavorando? E c’è un genere o una storia che sogni di affrontare e che ancora non hai avuto occasione di realizzare?
In questo momento sto lavorando a due nuovi documentari (uno sulla wrestler cagliaritana Angelica La Sala, che potrebbe anche diventare un reality, e un altro che affronta il rapporto tra identità sessuale e religione), ma sento anche il desiderio di tornare alla fiction, portandomi dietro tutto il bagaglio che ho accumulato in questi anni lavorando sul cinema del reale. Tra i progetti di finzione su cui sto lavorando ce ne sono alcuni che stanno cercando la loro strada: in particolare, un film sul disturbo ossessivo compulsivo, che sto sviluppando insieme allo sceneggiatore Stefano Stanzione e per il quale ho già individuato Andrea Carpinteri come protagonista, e l’adattamento di “Morte di un dio”, il romanzo dell’amica scrittrice Emanuela Valentini: un thriller dal forte respiro folkloristico ambientato nella natura del Reatino. È un libro che ho amato molto, scritto con un linguaggio estremamente cinematografico, e credo che potrebbe diventare un bellissimo thriller folkloristico, anche per la sua forte componente femminile. La natura ha per me un fascino particolare: amo vivere a contatto con essa e penso che un contesto del genere possa avere una grande forza narrativa e visiva.
A restare, dopo la chiacchierata con Luca Alessandro, è soprattutto la sensazione che Vae Victis nasca da una materia inquieta e profondamente personale, capace di trasformare il dolore in immagini, senza mai renderlo semplice da guardare.

