Il metodo danese per crescere bambini felici

Perché i bambini più felici del mondo crescono in modo diverso

Per quattro decenni consecutivi, la Danimarca si è collocata nella top 3 dei Paesi più felici al mondo. Le ragioni di questo singolare primato sono ancora oggetto di dibattito. Sarà forse il loro ampio sistema di welfare? L’equilibrio tra lavoro e vita privata? La prosperità economica della nazione? Tutti fattori che aiutano, certo, ma per Jessica Joelle Alexander e Iben Dissing Sandahl le motivazioni vanno ricercate nel modo in cui i danesi “apprendono” il senso di felicità.

Alla base di The Danish Way of Parenting (Il metodo danese di educare i figli) c’è l’idea che i genitori danesi coltivano e tramandano da tempo, in modo quasi automatico, una serie di atteggiamenti che aiutano i bambini a diventare adulti emotivamente resilienti, autonomi e socialmente competenti. Il senso di felicità, secondo le autrici, è appreso, ed è il risultato di un’educazione parentale e di pratiche culturali che accrescono la fiducia, l’autonomia e l’autostima del bambino.

Il libro riassume i principi dell’educazione danese in sei aree tematiche, convenientemente riassunte dall’acronimo inglese PARENT.

1. Gioco (Play)

In Danimarca i bambini vengono incoraggiati a giocare a lungo senza la direzione degli adulti. Attraverso il gioco non strutturato imparano a negoziare i conflitti, affrontare le frustrazioni, assumersi rischi ragionevoli e sviluppare la creatività, oltre ad acquisire il senso del proprio limite. Il gioco libero consente loro di raggiungere più velocemente quella che il pedagogista russo Lev Vygotskij chiamava “zona di sviluppo prossimale”, cioè una fase di stallo in cui il bambino, raggiunto il limite delle sue capacità, chiede aiuto all’adulto per sbloccare una crisi. L’intervento “a chiamata” dell’adulto apre naturalmente il bambino all’apprendimento di una metodologia per superare la difficoltà, rafforzando al contempo la consapevolezza che il genitore è lì per aiutare, piuttosto che per dirigere.

In Nord America succede generalmente l’opposto: per paura che il bambino cada nella pigrizia o manchi di direzione, lo si iscrive a una serie di attività eterodirette (il calcio, la piscina, la danza, ecc.). L’inserimento troppo precoce in un contesto normato, fatto di squadre, gironi, campionati, tornei e saggi, scoraggia da un lato l’esperienza libera del mondo e favorisce dall’altro l’ansia da prestazione. Il proliferare di situazioni d’ansia presso i giovanissimi americani è imputabile a questo eccesso di regolamentazione nelle prime fasi della vita, nelle quali il bambino, dovendo dare sempre prova di sé, si sente perennemente sotto esame.

Invece di organizzare ogni minuto della giornata dei propri figli, i genitori danesi concedono loro la libertà di esplorare e di commettere errori.

2. Autenticità (Authenticity)

Chi si è esposto alla cultura danese sa che il “lieto fine” non è scontato. Non tutte le fiabe di Hans Christian Andersen finiscono con un “vissero tutti felici e contenti”, e l’epilogo di molti film della cinematografia danese non è positivo, cosa praticamente certa nella cinematografia hollywoodiana. La mentalità danese, più realisticamente, considera dispiaceri e insuccessi come esiti possibili dell’esistenza, e i sentimenti negativi come un’esperienza necessaria e inevitabile. Nella società danese, ogni emozione, comprese quelle spiacevoli, ha una ragion d’essere e gestire gli stati d’animo “negativi” è visto come un momento di scoperta.

Per questo, mentre nelle società mediterranee o nordamericane si cerca di imporre ai bambini una positività costante, soffocando o provando a sostituire sentimenti “negativi” come la tristezza o l’arrabbiatura con altri positivi, in Danimarca si insegna la loro gestione attraverso domande mirate sullo stato d’animo.

L’autenticità si manifesta anche evitando gli elogi eccessivi, in linea con la Janteloven, principio culturale danese legato alla modestia, che tende a criticare e a rappresentare negativamente come indegne e inappropriate le realizzazioni individuali e il successo del singolo (piccola nota di redazione: sottovalutare i propri successi e il proprio valore sembra essere lo sport nazionale danese!). Le autrici sottolineano che mentre in Nord America i bambini vengono elogiati a prescindere dal risultato e si attribuiscono loro talenti nella convinzione che questo giovi alla loro autostima, in Danimarca è considerato controproducente elargire elogi in mancanza di un vero sforzo; far credere a un bambino di avere un talento significa attribuire il suo successo a una dote innata, con il rischio di disincentivare ogni ulteriore sforzo per migliorarsi. Per astrazione, un genitore danese non definirebbe “bello” un disegno oggettivamente brutto solo perché l’ha fatto un bambino. Il disegno mal riuscito, però, potrebbe comunque trovare posto sulla porta del frigo, se dimostra impegno o se rappresenta un’evoluzione rispetto a quanto fatto in precedenza.

3. Riformulazione (Reframing)

Reframing è un termine ricorrente nella moderna psicologia. Strettamente legato al concetto di autenticità, è la facoltà di presentare una vicenda sotto un aspetto nuovo e originale per apprezzarne le sfaccettature e/o ridimensionarne l’impatto. È uno degli strumenti più efficaci dell’odierna terapia cognitivo-comportamentale, usato per riordinare la percezione della realtà e trattare efficacemente patologie come l’ansia e la depressione.

Secoli prima della terapia comportamentale, però, la pedagogia danese usava già tecniche di reframing per incoraggiare i bambini a osservare gli insuccessi da prospettive diverse, e i successi come espressione dell’impegno. L’insuccesso non viene visto come un giudizio sulla persona ma come un modo per riflettere su cosa si potrebbe migliorare. Questo approccio favorisce lo sviluppo dell’ottimismo senza negare la realtà, offrendo una visione più onesta delle proprie capacità e resilienza a episodi di scoramento.

4. Empatia (Empathy)

L’empatia è un’abilità attivamente insegnata nelle scuole danesi. Attraverso attività scolastiche mirate, i bambini, per un’ora a settimana, vengono incoraggiati a esporre le proprie problematiche e a trovare sostegno e conforto nel gruppo. Esporsi davanti alla classe mostra che tutti abbiamo problemi da risolvere, accresce la cooperazione, la scoperta dell’altro e il livello di fiducia reciproca, elementi che ritroviamo sempre alla base della visione del mondo di chi si reputa felice.

Per fare un esempio di quanto l’empatia sia importante nella società danese, basti pensare che il Sundhedsvæsen, il servizio sanitario nazionale, dà alle donne che hanno appena partorito nomi e numeri di telefono di altre donne nella stessa condizione per incentivare la nascita di gruppi di supporto spontanei fra neomamme. Attraverso assistenti sociali, la sanità danese monitora a intervalli regolari non solo l’andamento del post-gravidanza ma anche il livello di coinvolgimento sociale della neomamma con le altre mamme del vicinato. Tali legami spesso creano comunità e amicizie che continuano anche oltre l’età adulta dei figli.

5. Nessun ultimatum (No Ultimatums)

Se la disciplina si basa sulla paura della punizione, l’obbedienza dei bambini diventa solo un modo per evitarla. I genitori danesi, al contrario, spiegano chiaramente ciò che si aspettano dai loro figli e li coinvolgono nella risoluzione dei problemi. Questo consente loro di sviluppare una responsabilità interiore in modo organico e più rapidamente rispetto a chi cresce nella paura della punizione. I bambini imparano perché determinati comportamenti sono importanti, e apprendono che dire la verità paga sempre.

6. Stare insieme (Togetherness o Hygge)

L’ultimo principio riguarda il concetto di hygge: l’abbraccio, lo stare insieme in armonia, la creazione di momenti piacevoli e rilassati con la famiglia e gli amici. Questa attività tipicamente danese consiste nell’organizzare periodicamente eventi sociali di uno o più giorni, aperti a famiglia e amici, in cui si mangia allo stesso tavolo, si fanno giochi e si osservano le tradizioni. L’hygge è tempo di qualità condiviso, senza competizione, giudizi o pressioni: uno spazio di decompressione e di supporto reciproco che aiuta bambini e adulti a sviluppare un senso di appartenenza.

Conclusione

La tesi principale di The Danish Way of Parenting è che essere buoni genitori non significa educare i figli alla perfezione e all’obbedienza, ma crescere individui emotivamente resilienti, dando loro fin da subito autonomia di scelta e di pensiero. Questa resilienza si costruisce fin dalla tenera età attraverso il gioco libero, l’elaborazione delle emozioni difficili, la possibilità di sbagliare e di risolvere i problemi in autonomia, in un ambiente in cui i legami familiari, la modestia e l’armonia fra pari contano più del risultato individuale.

Invece di schermare i bambini da ogni fallimento, i genitori danesi li preparano ad affrontarlo con fiducia. Invece di concentrarsi sul risultato, l’educazione parentale e istituzionale si concentra sul processo. Questo approccio, spontaneo e naturale nelle società scandinave, anticipa di svariati decenni la moderna pedagogia e pone le basi del fortissimo senso di appartenenza e comunità che caratterizza questa piccola nazione. Ed è proprio questo senso di appartenenza a garantire sicurezza emotiva all’interno della comunità e forse a spiegare perché da oltre 40 anni, cioè da quando ha fatto il suo esordio il World Happiness Index, oltre il 90% dei danesi dichiari di sentirsi felice nel proprio paese.

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